Non sappiamo bene quando abbiamo deciso di diventare una cosa che scrive. 90100Lab è nato facendo cose, organizzando incontri, conoscendo persone, entrando in posti in cui spesso non eravamo invitati, facendo domande, provando a capire perché Palermo funziona come funziona e perché, certe volte, non funziona proprio. Poi a un certo punto abbiamo iniziato a scrivere, forse perché fare cose non bastava più, oppure perché ci siamo accorti che viviamo in un momento storico in cui succedono tantissime cose e abbiamo sempre meno tempo per capire cosa cazzo stia succedendo.

Ogni mattina apriamo gli occhi e prima ancora di alzarci dal letto sappiamo già chi si è lasciato, quale governo è in difficoltà, quale intelligenza artificiale sostituirà il nostro lavoro, quale città è diventata troppo cara, quale ragazzo è andato via dall'Italia e quale azienda sostiene di non riuscire a trovare personale. Sappiamo una quantità impressionante di cose, ma abbiamo sempre meno occasioni per fermarci e provare a metterle insieme. Forse scrivere serve proprio a questo. A prendere qualcosa che ci passa davanti ogni giorno, bloccarla per qualche minuto e guardarla meglio.

Scrivere, in fondo, è diventato un gesto stranamente rivoluzionario. Non perché manchino le parole, anzi, probabilmente non abbiamo mai prodotto così tanto testo come oggi. Scriviamo messaggi, caption, commenti, newsletter, prompt, presentazioni, documenti, email che nessuno leggerà fino alla fine. Produciamo continuamente parole, ma scrivere è un'altra cosa. Significa prendere un pensiero che hai in testa, metterlo davanti a te e scoprire che magari non era così intelligente come sembrava finché era rimasto lì dentro. È un esercizio abbastanza umiliante, ed è forse proprio questo che lo rende utile.

Quando scrivi sei costretto a scegliere, a mettere in ordine, a capire se quella cosa la pensi davvero oppure se ti piaceva soltanto il modo in cui suonava. In un mondo costruito per farci reagire immediatamente a qualsiasi cosa, prendersi mezz'ora per formulare un pensiero è già una piccola forma di resistenza. Ed è anche per questo che abbiamo voluto creare questo spazio.

Poi c'è Palermo, che probabilmente è il motivo per cui tutto questo esiste. Palermo è una città perfetta per scrivere perché non si lascia mai spiegare completamente. Puoi raccontarla come una città bellissima e avresti ragione, oppure come una città estenuante e avresti ragione lo stesso. Puoi avere la sensazione che stia cambiando velocemente e, cinque minuti dopo, pensare che non sia cambiato niente negli ultimi trent'anni.

Qui ci sono ragazzi che partono perché non trovano lavoro e ragazzi che tornano perché fuori non trovano vita. Ci sono aziende che dicono di non trovare lavoratori e lavoratori che dicono di non trovare aziende. Ci sono case che diventano B&B, quartieri che cambiano, tavolini che conquistano pezzi di marciapiede, università piene di persone che non sanno se tra tre anni vivranno ancora qui. Ci sono turisti che scoprono Palermo e palermitani che ogni tanto si chiedono se Palermo appartenga ancora anche a loro. È una città piena di contraddizioni, e forse è proprio nelle contraddizioni che vale la pena fermarsi.

Molte di queste contraddizioni, poi, finiscono sempre nello stesso punto: il lavoro. Quanto guadagni, quanto tempo lavori, dove puoi permetterti di vivere, se puoi restare, se devi partire, se puoi tornare, se puoi permetterti di avere una famiglia, un progetto, una settimana libera o semplicemente un pomeriggio senza sentirti in colpa. Abbiamo trasformato il lavoro in una specie di religione strana. Dobbiamo essere produttivi, aggiornati, competitivi, formati, flessibili, disponibili e possibilmente anche appassionati. Nel frattempo quasi tutti sogniamo soltanto di avere un po' più di tempo.

Per questo ci interessa parlare di lavoro senza parlare soltanto di lavoro. Ci interessa capire come cambiano le città quando cambiano gli stipendi, come cambiano le relazioni quando non abbiamo tempo, come cambia il modo in cui immaginiamo il futuro quando a trent'anni non sappiamo ancora dove vivremo tra due anni. Ci interessa l'intelligenza artificiale, ma non soltanto perché può scrivere una mail in cinque secondi. Ci interessa capire cosa succede se continuiamo a inventare tecnologie per risparmiare tempo e poi riempiamo immediatamente quel tempo con altro lavoro.

A un certo punto, quindi, abbiamo deciso di fare una cosa piuttosto antica: costruire un posto dove si scrive. Non necessariamente bene, non necessariamente di cose considerate importanti e nemmeno con l'obbligo di arrivare sempre a una conclusione. Qui vorremmo parlare di città, lavoro, tecnologia, relazioni, cultura, politica, persone, Palermo, Sicilia, Sud, Italia e di una quantità considerevole di cose che oggi non sappiamo ancora di voler raccontare.

Ci saranno anche cazzate, probabilmente parecchie. Ma ci interessa proprio questo: prendere cose apparentemente normali e guardarci dentro abbastanza a lungo da capire se siano davvero così normali. 90100Lab non vuole diventare il posto che vi spiega come funziona il mondo. Di posti così ce ne sono già abbastanza. Vorremmo essere il posto in cui qualcuno guarda una cosa che tutti hanno smesso di vedere e chiede: siamo sicuri che debba funzionare così?

E questa, forse, non è nemmeno una redazione nel senso tradizionale del termine. Ci piace pensarla più come un tavolo. Uno di quei tavoli in cui all'inizio siete in quattro, poi qualcuno porta un amico, qualcuno arriva tardi, la conversazione cambia completamente e a un certo punto vi ritrovate a parlare di urbanistica, intelligenza artificiale, stipendi, appuntamenti, autobus o emigrazione senza sapere esattamente come ci siete arrivati.

Vorremmo che 90100Lab funzionasse così. Un posto dove le idee entrano, si scontrano, vengono smontate e qualche volta diventano qualcosa di concreto. Un articolo, un progetto, un evento, un'impresa, una domanda fatta alla persona giusta, una proposta per la città o semplicemente una conversazione che prima non esisteva. Perché l'editoria che interessa a noi non dovrebbe limitarsi a produrre contenuti. Dovrebbe, ogni tanto, produrre conseguenze.

E soprattutto vorremmo che a scrivere qui non fossimo soltanto noi. Se avete una storia, scrivetela. Se lavorate in un settore che viene raccontato sempre male, raccontatecelo voi. Se avete vent'anni e volete andarvene, vogliamo capire perché. Se ne avete trenta e siete tornati, pure. Se gestite un'azienda e non capite più cosa vogliono i ragazzi, ditelo. Se siete quei ragazzi e non capite cosa vogliono le aziende, ancora meglio. E se pensate che una cosa che abbiamo scritto sia una stronzata, potete scrivere anche quello.

Non serve essere giornalisti e non serve avere un curriculum editoriale. Probabilmente non serve nemmeno essere completamente sicuri di ciò che si pensa. Basta avere qualcosa che valga la pena provare a capire.

Internet ci aveva promesso che tutti avremmo potuto avere una voce. Alla fine abbiamo ottenuto soprattutto milioni di persone che parlano contemporaneamente. Noi vorremmo provare a costruire qualcosa di leggermente diverso, un posto un po' più lento in cui ogni tanto qualcuno prende un pensiero e prova davvero a portarlo fino in fondo.

Welcome to 90100Lab.

Un angolo di resistenza editoriale alle follie del mondo moderno: cazzate che ci passano per la testa, solo che qui possiamo dire parolacce.