Un locale con gli interni più vecchi di chi entra a consumare, il bancone sempre appiccicoso e i bicchieri opacizzati dagli innumerevoli lavaggi; il proprietario conosce tutti e saluta sempre svogliatamente, corregge i caffè e versa il bicchiere d’acqua senza chiedere, quasi sempre puoi trovarlo alla finestra a fumare, intento a scambiare parole di circostanza con qualche amico; sotto il registratore di cassa è nascosto un sacchetto colmo di monete spicce per l'habitué che alle dieci di sera si posizionerà puntuale sullo sgabello consunto davanti alla slot luminosa. D’estate si sta seduti fuori e si ripetono gli stessi discorsi fino a tarda notte, aspettando il fresco, d’inverno l’iter si ripete invariato, solo un po’ più coperti. È il bar di paese: un microcosmo che sopravvive a sé stesso, sordo al ritmo della città e alle sue urgenze; al suo interno troveremo sempre qualcuno disposto a condividere il lusso di perdersi in discorsi futili che, per un po’ di tempo, ci trattengono in una dimensione in cui le responsabilità della vita adulta non riescono a raggiungerci. Questo luogo costituisce a tutti gli effetti uno degli ultimi spazi di rappresentanza della vita di provincia, in cui, paradossalmente, non serve chiedere per avere, difenderlo equivale a custodire una seconda casa sempre pronta ad accogliere, dove la ritualità dei gesti quotidiani ci restituisce la certezza che, finché continueremo a varcare quella soglia, non saremo mai davvero soli.