Sono passati quasi due decenni dall'ultima volta che ho pianto così tanto: la morte di mio padre. Stavolta a prosciugarmi gli occhi è stato lo sguardo di una sconosciuta danese.

Eravamo in un cerchio di donne, durante una formazione di yoga. Lo so: roba new age, tardo capitalista, di quelle di cui si può parlare solo con un po' di autoironia. 

Sulla carta l'esercizio era semplice: sedersi l'una di fronte all'altra, in silenzio, e guardarsi negli occhi. Niente di più difficile e disarmante, considerando che tendiamo a riempire subito il silenzio, specie con una sconosciuta.

 In quel momento non mi era richiesta nessuna storia da raccontare, nessun ruolo da interpretare. Dovevo solo perdermi negli occhi marroni, dolci e presenti, della sconosciuta.


Sono stati i dieci minuti più lunghi degli ultimi vent'anni. Il tempo non passava, lei non distoglieva lo sguardo, era instancabile, coraggiosa, luminosa, presente. Io rivedevo il riflesso di me stessa, fragile e scoperta. Mi sono vergognata dell'implacabilità delle mie lacrime, mentre lei restava in ascolto, senza mostrare il minimo disagio.

Cosa mi ha fatto piangere tanto? La consapevolezza che ho odiato stare così esposta. L’idea che con gli amici di una vita non succede: ci conosciamo così bene che le storie che ci raccontiamo sono già scritte. Se solo proponessi ai miei amici un esercizio del genere finirebbe con le lacrime agli occhi sì, ma dal ridere. 


Non vediamo le cose

come sono, ma come siamo noi.