Per decenni il cinema e le serie tv hanno costruito un vero e proprio immaginario attorno al crimine organizzato. Da “Il Padrino”a “Gomorra”, la narrazione della mafia si è spesso adagiata su un'estetica ben precisa: fascino del potere, codici d'onore distorti, ritratti cupi ma carismatici di antieroi complessi.
Se da un lato questo approccio ha regalato capolavori del linguaggio visivo, dall'altro ha finito per mitizzare la figura del mafioso, trasformando la violenza sistemica in puro intrattenimento pop. Il rischio non è l'emulazione diretta, ma l'assuefazione: la normalizzazione di un potere invisibile che sullo schermo appare quasi affascinante.
Il vero scopo è passare dalla celebrazione del boss allo sguardo sulle vittime, sul territorio devastato e, soprattutto, sulla ridicolizzazione del potere.Rispetto a serie tv e film che non ci portano a nessun ragionamento critico, bisognerebbe ricercare opere che scrostano il mito, che mostrano la pochezza morale della criminalità e restituiscono dignità alla resistenza quotidiana delle persone comuni.
Riscrivere la mafia nel cinema contemporaneo significa smettere di rincorrere il fascino della violenza. La vera sfida della critica e della produzione audiovisiva oggi non è raccontare quanto sia forte la criminalità, ma mostrare quanto sia banale, parassitaria e superabile.
Siamo stati abituati negli ultimi anni a una normalizzazione di scene tragiche, di sangue e di uccisioni vuote di significato, fatte solo per puro intrattenimento e non per critica sociale.
Se in alcuni casi il cinema ha contribuito ad anestetizzare il nostro sguardo di fronte alla violenza, spetta a noi spettatori risvegliare il senso critico. Rifiutare l'intrattenimento passivo significa pretendere che i racconti non si limitino a spettacolarizzare il dolore, ma che ci costringano a provare empatia, rabbia e, soprattutto, a porci delle domande.
Ci sono rappresentazioni come “I cento passi” o “A ciascuno il suo” che decidono di mostrarci l’intellettuale schiacciato dall’omertà o il cittadino comune costretto a muoversi in una città sotto assedio. O più in generale nei cult come “Funny Games”, “Salò” o “Arancia Meccanica”, la violenza non è mai presentata per compiacere o intrattenere ma finisce per essere ciò che è sempre stata: soprassalto di arroganza e privazione della libertà.
Il nostro vero problema è che tutto ciò non resta solo all’interno dell’immaginario del cinema, ogni giorno assistiamo a immagini o sentiamo notizie di guerre, stragi, genocidi e bambini uccisi, e ciò non ci sconvolge per nulla.
Forse siamo così tanto impassibili alle morti e al sangue finto dei nostri schermi perché siamo consapevoli che nella vita reale succede di peggio e spesso non ci commuove per nulla.
la violenza nel cinema ·
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il cinema di oggi ci insegna a non sentire più nulla
Quando la violenza diventa puro spettacolo, la realtà smette di farci male.
di Clara Corso