C’è stato un tempo in cui l’arte aveva il coraggio di essere insopportabile. In cui la cultura non era un elegante accessorio da esibire durante un aperitivo, ma uno strumento per mettere in discussione il mondo. Gli artisti scandalizzavano, gli intellettuali litigavano, i movimenti culturali nascevano per distruggere ciò che li aveva preceduti. Non sempre avevano ragione, naturalmente. Ma almeno avevano qualcosa da dire.
Oggi abbiamo sostituito le avanguardie con i trend di Instagram, i manifesti culturali con i piani editoriali e gli intellettuali con i creator che spiegano la complessità del mondo in trenta secondi, possibilmente senza urtare la sensibilità di nessuno.
Abbiamo democratizzato la possibilità di parlare e industrializzato l’incapacità di dire qualcosa.
Non esistono più avanguardie perché non esiste più niente da scandalizzare. Qualunque provocazione viene immediatamente assorbita dal mercato, trasformata in un’estetica, confezionata come prodotto e rivenduta a chi avrebbe dovuto sentirsi attaccato. La ribellione è diventata un genere pubblicitario. L’anticonformismo un segmento di mercato. Persino essere alternativi richiede il rispetto di un preciso codice estetico, possibilmente riconoscibile e monetizzabile.
Il punk è diventato una maglietta da centocinquanta euro. Il femminismo una campagna pubblicitaria. L’anticapitalismo un podcast sponsorizzato. La rivoluzione una parola da stampare sulle shopper.
E la cultura? La cultura è diventata quella cosa che tutti dichiarano di difendere, purché non abbia la pretesa di cambiare davvero qualcosa.
Il grande museo della mediocrità contemporanea
Viviamo in una società che si dichiara creativa, inclusiva, progressista, rivoluzionaria. Eppure raramente siamo stati così prevedibili.
Ogni opinione deve appartenere a una categoria. Ogni provocazione deve avere una spiegazione. Ogni battuta deve essere accompagnata da una dichiarazione di intenti, ogni posizione deve essere preventivamente disinnescata per evitare che qualcuno, da qualche parte, possa sentirsi offeso.
Abbiamo costruito un gigantesco sistema di sorveglianza morale nel quale tutti controllano tutti, ma nessuno sembra particolarmente interessato a controllare il proprio pensiero.
A destra si invoca la libertà di espressione finché qualcuno non mette in discussione la patria, la famiglia o la religione. A sinistra si celebra il pensiero critico finché quel pensiero non critica le proprie liturgie. Al centro, come sempre, qualcuno organizza un convegno sulla necessità del dialogo.
Il risultato è una società piena di persone che si dichiarano libere e che hanno una paura fottuta di essere fraintese.
E allora si scrive per non sbagliare. Si comunica per piacere. Si produce arte per essere accettati. Si costruiscono identità pubbliche talmente levigate da non avere più alcuna forma riconoscibile.
Non è cultura. È arredamento intellettuale.
Del politicamente corretto non ce ne frega niente.
E nemmeno del politicamente scorretto, se dobbiamo dirla tutta.
Perché anche quello è diventato una posa. Ci sono professionisti dell’indignazione che campano offendendo il prossimo, convinti che pronunciare una parolaccia equivalga a compiere un atto rivoluzionario. Sono la versione speculare di quelli che credono di cambiare il mondo correggendo il linguaggio degli altri.
Due facce della stessa, insopportabile, medaglia.
A noi non interessa essere corretti. Non interessa nemmeno essere scorretti per il gusto di esserlo. Ci interessa essere liberi.
Liberi di prendere in giro il potere, anche quando quel potere si presenta con una bella bandiera progressista. Liberi di criticare il capitalismo senza dover fingere di odiare chi possiede qualcosa. Liberi di parlare di disuguaglianze senza trasformare ogni discussione in una gara a chi è più oppresso. Liberi di utilizzare l’ironia, la satira, il paradosso e persino il cattivo gusto quando servono a raccontare qualcosa che altrimenti nessuno avrebbe il coraggio di dire.
La libertà di espressione non è un lasciapassare per l’ignoranza. E la provocazione non è un’autorizzazione a umiliare chi ha meno potere di noi. Anzi, è proprio qui che si misura la differenza tra un provocatore e un bullo: il primo mette in difficoltà le certezze, il secondo cerca soltanto qualcuno che non possa difendersi.
Noi vi prendiamo a parole.
In un mondo che comunica attraverso immagini perfette, frasi rassicuranti e messaggi approvati da qualche ufficio marketing, abbiamo deciso di tornare a una forma piuttosto antica di violenza simbolica: le parole.
Quelle che disturbano, quelle che fanno ridere quando non si dovrebbe, quelle che ti costringono a rileggere una frase perché non hai capito se ti stiamo prendendo per il culo oppure stiamo dicendo qualcosa di terribilmente serio.
Possibilmente entrambe le cose.
Non vogliamo costruire l’ennesima pagina che racconta ai giovani quanto siano speciali, quanto sia importante credere nei propri sogni e quanto il futuro appartenga a chi ha il coraggio di immaginarlo. Di questa retorica abbiamo già abbastanza, e francamente ci ha rotto i coglioni.
Vogliamo raccontare le contraddizioni di una generazione che predica la libertà ma desidera la sicurezza, che disprezza i privilegi ma sogna di ereditarli, che combatte il consumismo attraverso oggetti acquistati per dimostrare di essere contro il consumismo.
Una generazione che parla continuamente di cambiamento, ma che spesso non saprebbe riconoscerlo se le bussasse alla porta.
E vogliamo farlo senza chiedere il permesso a nessuno.
La cultura non deve piacere. Deve succedere qualcosa.
Se un contenuto piace a tutti, forse non ha detto abbastanza. Se un’opera non provoca nessuna reazione, forse è soltanto un oggetto decorativo. Se una riflessione conferma esattamente ciò che il pubblico pensa già, forse non è una riflessione, ma un servizio di rassicurazione a pagamento.
Naturalmente non basta scandalizzare per fare arte, così come non basta essere incomprensibili per essere profondi. Di mediocri che si proclamano geni incompresi è pieno il mondo.
Il problema non è che manchino persone creative. Il problema è che abbiamo costruito un sistema nel quale la creatività viene premiata soprattutto quando è riconoscibile, riproducibile, compatibile con le aspettative del pubblico e, soprattutto, innocua.
L’algoritmo non ci ha tolto la libertà di espressione. Ha fatto qualcosa di più sottile: ci ha insegnato a desiderare spontaneamente ciò che viene premiato.
Così l’artista diventa imprenditore della propria immagine, lo scrittore un produttore di contenuti, il giornalista un amministratore dell’attenzione e il pubblico una metrica da soddisfare.
Non stiamo più creando cultura. Stiamo ottimizzando la sua distribuzione.
Non vogliamo essere un’altra pagina Instagram.
90100Lab nasce da una città che troppo spesso viene raccontata dagli altri. Palermo, con tutte le sue contraddizioni, la sua bellezza e la sua insopportabile capacità di sopravvivere a se stessa.
Ma non vogliamo essere la voce folkloristica di una periferia geografica che chiede gentilmente di essere ascoltata dal centro. Non ci interessa interpretare la parte dei giovani meridionali pieni di entusiasmo che raccontano quanto sia bello restare, mentre tutto intorno continua a funzionare esattamente come prima.
Vogliamo partecipare alla costruzione di un nuovo immaginario culturale. Un immaginario che non chieda continuamente legittimazione alle istituzioni, alle grandi redazioni, alle università, ai partiti o ai salotti che hanno deciso chi possa parlare e chi debba limitarsi ad ascoltare.
Non perché queste realtà siano inutili, ma perché nessuna dovrebbe possedere il monopolio della cultura.
Non abbiamo intenzione di sostituire una vecchia élite con una nuova, magari più giovane, più social e vestita meglio. Sarebbe soltanto un cambio di arredamento.
Vogliamo rimettere in circolazione il conflitto delle idee, l’ironia come strumento critico, la scrittura come forma di intervento pubblico e l’arte come possibilità di immaginare qualcosa che ancora non esiste.
E se per farlo dovremo essere fastidiosi, arroganti, eccessivi o semplicemente antipatici, ce ne faremo una ragione.
Non siamo qui per rappresentare una generazione. Una generazione non è un partito, non ha un portavoce e non pensa tutta allo stesso modo.
Siamo qui per provare a darle qualcosa su cui litigare.
Le avanguardie sono morte. Bene, facciamone un’altra.
Forse abbiamo esagerato. La cultura non è morta davvero. Le avanguardie esistono ancora, spesso lontano dai riflettori, nelle periferie, nei piccoli spazi indipendenti, nelle persone che continuano a creare senza aspettare che qualcuno conceda loro il permesso.
Quello che sembra essersi esaurito è il coraggio collettivo di riconoscere che la cultura può essere anche conflitto, rottura, contraddizione, perfino errore.
Abbiamo confuso il rispetto con l’assenza di dissenso, l’inclusione con l’obbligo di approvazione, la sensibilità con l’impossibilità di ridere di noi stessi.
E intanto il mondo è diventato grigio. Non perché manchino i colori, ma perché sono tutti stati scelti dalla stessa agenzia di comunicazione.
Noi non abbiamo un manifesto definitivo, una verità da distribuire o una rivoluzione già pronta da vendere in abbonamento.
Abbiamo parole, idee, qualche buona intuizione e una discreta predisposizione a rompere i coglioni.
Sappiamo che non tutto quello che scriveremo sarà giusto. Che qualche provocazione sarà sbagliata, qualche tesi discutibile, qualche battuta probabilmente pessima. E sappiamo anche che il pubblico avrà tutto il diritto di contestarci, prenderci in giro e mandarci a quel paese.
È esattamente questo il punto.
Non vogliamo una cultura che ci dia sempre ragione. Vogliamo una cultura che renda impossibile smettere di discutere.
Perché le avanguardie non nascono quando qualcuno dichiara di essere all’avanguardia. Nascono quando un gruppo di persone comincia a fare qualcosa che il mondo non sa ancora come classificare.
E allora, se proprio dobbiamo vivere in un’epoca in cui tutto è contenuto, tutto è comunicazione, tutto è mercato e persino la ribellione ha un responsabile delle pubbliche relazioni, tanto vale provare a fare l’unica cosa che sembra essere diventata davvero scandalosa.
Pensare con la propria testa.
In un mondo grigio, noi vi prendiamo a parole.
E del vostro permesso, francamente, non sappiamo che farcene.
90100Lab. Fieramente, da Palermo.