C’è un rituale stanco e incredibilmente prevedibile che si attiva ogni volta che le nuove generazioni occupano lo spazio pubblico per manifestare un disagio e non importa quale sia il tema, il contesto o la matrice della protesta: nel momento stesso in cui la frustrazione esce dal digitale per farsi corpo, la reazione del mondo adulto si incanala in un binario semantico rigido, collaudato e del tutto impermeabile alla realtà.

Non si tratta, attenzione, di una questione di destra o di sinistra, perchè la sordità è bipartisan e rigorosamente trasversale: da una parte c’è la condanna d'ordinanza per la violazione delle forme e dell’ordine (giusta, sacrosanta, etc.), dall’altra troviamo quello che si potrebbe definire maestrismo empatico di chi vuole spiegare ai ragazzi come ci si dovrebbe arrabbiare "in modo composto”, solitamente con la prosa del libro Cuore di De Amicis.

In mezzo, l'assoluta incapacità di leggere la sostanza di quello che sta accadendo.

La lingua del Maestro Perboni 

Chiunque si trovi a rappresentare l’opinione in un salotto televisivo, in una conferenza stampa o in un commento editoriale veste i panni del maestro Giulio Perboni del citato caro vecchio libro Cuore, e ne adotta anche lo stile ed il lessico, sempre lo stesso, pescato da un repertorio anni Novanta che non si è mai aggiornato: “giovani strumentalizzati”, “mancanza di interlocutori”, “rabbia cieca”, “assenza di proposte concrete”.

È un’operazione linguistica di straordinaria efficacia: riducendo chi protesta alla figura del minorenne confuso o del manipolato di turno, si evita accuratamente di dover rispondere alle domande sul merito. Se la tua frustrazione è un semplice "capriccio generazionale", il sistema non ha alcuna necessità di ridiscutere i propri fallimenti. Basta attendere che passi la tempesta, concedere un paio di interviste ben posizionate sull'importanza del "dialogo con i giovani" e tornare alla solita routine.

Sul contrasto tra forma e sostanza

Forse si può pensare che le istituzioni continuano a pretendere che il dissenso si esprima con la grammatica del Novecento: il delegato d'area, la piattaforma rivendicativa in dodici punti stampata su carta, la delega formale, il tavolo di trattativa condotto con il tono sommesso di chi chiede un udienza.

I ventenni di oggi si muovono invece entro una sintassi del tutto diversa: reticolare, immediata, affilata, visiva, figlia della velocità dei media contemporanei e di un’assoluta disillusione verso la burocrazia della rappresentanza.

Il mondo adulto non vede una nuova forma di aggregazione: vede solo il caos. E ciò che non capisce, lo liquida come irrilevante o pericoloso.

Non si troverà qui la consueta descrizione dei vandalismi, né il catalogo dei cliché giornalistici sulle “seconde generazioni”e allo stesso modo, restano fuori da questo breve pezzo le dinamiche della politica istituzionale, dalle cangianti geometrie della sinistra fino alle parabole pubbliche di generali a riposo prestati al dibattito politico e la ragione è banale: concentrare l'attenzione su una frazione di facinorosi significa fare un torto alla matematica. E condannare al silenzio quella stragrande maggioranza che ha occupato le piazze in modo pacifico, pagando il prezzo di non essere abbastanza fotogenica per il telegiornale della sera.

È possibile rileggere il contratto sociale?

Ciò che il paternalismo di maniera si rifiuta di registrare è che la rassegnazione non sia più un’opzione spendibile dopo decenni in cui si è chiesto alle nuove generazioni di accettare la precarizzazione, l'incertezza e la perdita di prospettive in nome di un futuro migliore che non è mai arrivato.

Continuare a trattare la rabbia giovanile come un problema di ordine pubblico o come un tema da dibattito televisivo sulla "crisi dei valori" è un pessimo affare, anche perchè il dialogo tra generazioni non è fallito per mancanza di buone intenzioni, ma perché si continua a pretendere di tradurre un presente iper-complesso con il dizionario di un passato che non esiste più.