Conversazioni con Michelangelo nell’era dell’AI.
Quando vidi per la prima volta quel gigantesco blocco di marmo, rimasi incantato. Fu come se Dio in persona mi avesse posto dinanzi alla sostanza più bella che potessi mai mirare.
Eppure oggi vi affannate a disquisire di Intelligenza Artificiale, esaltate la velocità di questo strumento che avrebbe - o presume d’avere - l’ambizione di migliorare le nostre vite. Ma le migliora davvero? Possiamo realmente parlare di progresso laddove l’IA sta accartocciando il senso della responsabilità, assecondando la consapevolezza che il cervello umano è avaro, pigro, e che meno fatica fa, meglio sta?
Dove sono le mani sfinite, dove sta il tormento?
Ai miei tempi la tecnologia non c’era. Non eravamo schiavi degli algoritmi e nemmeno della materia. Tanto che, dopo aver guardata a lungo la pietra, compresi che non dovevo piegarla: essa già custodiva l’opera, e a me spettava il compito di liberarla. L’attesa, la pazienza, l’osservazione. Il compare Giacomo, che avrei tanto voluto conoscere, avrebbe parlato di interminati spazi e sovrumani silenzi.
L’inquietudine che ci ha divorati, il buio entro il quale abbiamo camminato a piedi scalzi, ci hanno insegnato che la vera felicità risiede nell’immaginazione.
Oggi, invece, volete tutto e subito in preda a una frenesia balorda; non più schiavi della fame di sapere e di conoscere, schiavi piuttosto della fomo, della paura di restare esclusi.
L’intelligenza artificiale vi sbatte davanti agli occhi delle ovvietà e voi, pur sapendolo, non potete fare a meno di cedere. E benché vi sia noto che si tratti di una scorciatoia e che imboccandola vi priverete della gioia pura dell’intelletto, ne restate ammaliati, incapaci di resistere come ingenui Ulisse di fronte alle sirene.
Ma il canto delle formule non è il cantico dell’amico Giacomo. Egli, malgrado la fragilità del corpo, non ha mai sacrificato la forza del proprio ingegno, consapevole che tutto ciò che avevamo davanti agli occhi era immensamente meno di ciò che potevamo immaginare. E allora non m'è difficile credere che, dall’alto del Vesuvio, rimirando il vuoto, egli abbia esclamato, voltandosi verso l’amico Ranieri: «Tutto qui?»
All’Infinito aspiravamo. Non importava quanto tempo ci avremmo impiegato per raggiungerlo, né se mai lo avremmo toccato. Le nostre idee, la nostra tensione, le nostre menti non erano fatte per i limiti che i codici odierni manifestano. Senza l’ostacolo, senza quella siepe che “il guardo esclude”, l’intelletto e il cuore non avrebbero avuto motivo di figurarsi quello che c’è oltre.
E quel non finito, che vi spaventa, non è un'incompiutezza tecnica, poveri stolti, ma l'espressione visiva dell'impossibilità di racchiudere l'Idea divina dentro i limiti fisici della superficie del mondo.